dic 31

Elogio della complessità

Ultime ore di questo 2012. Un anno strano, per certi versi è stato dirompente, per altri avvilente, ricco di esperienze distruttive, di molte altre costruttive. Strano perchè ho l’impressione che si cerchi di enfatizzare gli aspetti negativi e ignorare quelli positivi, quasi che si voglia veder nero, in una sorta di depressione riduzionistica.

Ma in queste ultime ore, mi riecheggia in mente un’espressione, secondo la quale pare ci siano tre argomenti di cui è inutile discutere: politica, sport, e religione. Non ricordo di preciso dove io abbia udito queste parole, paradossalmente è probabile che l’ultimo dal quale io le abbia ascoltate sia un sacerdote durante un’omelia. Il che è tutto dire.
E al contempo, saranno mesi che mi frulla in testa la frase che ho scelto come titolo. Anche qui, mi sembra di non esserne l’autore, tuttavia incarna decisamente lo stile nel quale ho cercato di vivere quest’anno, gli anni passati, e che mi prefiggo per i prossimi.

Credo che il punto non sia tanto l’argomento in sè, ma quanto arrivare a considerare le proprie idee perfette per sè stessi, per poi pretendere di imporle agli altri. Quasi fosse un credo, cosa che va ben oltre la propria fede religiosa. Probabilmente è nel momento in cui la fede diventa un credo che si diventa degli invasati, e questo per ogni altro aspetto della propria vita, per ogni altra personale idea: da quale marca di computer sia la migliore, a quale compagnia telefonica sia davvero conveniente, a quale spiegazione della psiche umana sia la più vera, scientifica, completa.
E di qui anche alle persone che abbiamo davanti: lui è brutto, l’altro è bello, lei è intelligente, no è una oca giuliva.

Sempre il riduzionismo. Il mio chiodo fisso. Anche quest’anno mi guardo attorno e non posso non pensarci. Il non riuscire a cogliere la minima sfumatura di grigio, forse per pigrizia, forse per necessità. E come sia più semplice portare avanti un’idea della quale si è fermamente convinti senza voler neanche porsi il dubbio che possa esservi spazio per qualcosa di differente, non necessariamente migliore, tantomeno peggiore.

Penso a com’ero qualche anno fa, penso a come sono ora. Al percorso fatto, a ogni passo. A ciò che ho lasciato indietro, a chi ho lasciato indietro. A quanta fatica si fa a guardare direttamente il mondo a colori, a guardarsi interi allo specchio, invece che limitarsi a un abbozzo in bianco e nero, senza sfumature.
Penso a quanto mi costa aver scelto di essere così, alla difficoltà di essere accettato in tutti i miei aspetti, di essere accettato perchè mi sforzo di guardare la realtà da quante più angolazioni possibili. Perchè non voglio limitarmi ad esistere.

A quanto possa dar fastidio questo mio modo di essere a chi fa del sistema binario e del narcisimo le proprie bandiere. Non solo per scelta, credo, ma anche per necessità personale, o per risorse limitate.

Sta per iniziare un nuovo anno, e forse si apre davanti a me una scelta. Un pò obbligata, devo dire, tanto che mi chiedo quasi se sia davvero una scelta o se sia un obbligo che sto cercando di mascherare a me stesso.
E in questo mascheramento, voglio essere certo che anche questa fase debba essere vissuta. Tra l’altro, non si tratta di abbandonare, in modo rigido e definitivo, quello che sono, ciò che ho appreso in questi anni, e l’ambito nel quale vorrei esprimermi professionalmente, ma piuttosto di affrontare anche questa esperienza, forse momentanea, forse un pò meno momentanea, e di non dimenticare ciò che sono, e ciò che miro a diventare.

Di fronte alle rigidità del mondo, che mi fanno quasi pensare di vivere assediato in un contesto psicotico, questo è l’impegno che mi prefiggo. E chissà che un domani, guardandomi indietro, non possa trovare un significato non solo a quello che sembra essere un ritorno al passato, ma anche agli eventi difficili vissuti in quest’anno. Senza dimenticare. Niente.

dic 16

L’ultimo insegnamento

Di tutte le persone che si incontrano durante questa vita, sono poche quelle che rimangono impresse a fuoco. Quelle che lasciano un marchio indelebile impresso sulla pelle. Nella mente, nel cuore.
Credo che molte di queste nemmeno ci rendiamo conto di quanto importanti siano fino a che ci sono accanto. Ci accompagnano, ci camminano accanto senza far rumore. Il frastuono interviene quando se ne vanno, quando ci lasciano. Il silenzio assordante.
Quel silenzio che ti angoscia. Che senti l’esigenza di riempire con qualsiasi cosa, che non puoi tollerare.
Ma quel marchio resta. E’ parte di noi. E’ parte di me.

Ora, ripenso a ogni istante di questi trentun’anni. E quei ricordi di quand’ero bambino sono in questi giorni vividi, sono dipinti davanti a me. E scorrono, senza tregua. I pranzi e le cene, le corse in giardino, quel micio nero che si faceva le unghie sul paletto di legno davanti al cancello. La pasta verde e la pasta rossa, la conserva fatta in casa, quel profumo che ricordo ancora oggi e che non ho risentito mai in nessun altro luogo. I mille proverbi che in ogni occasione la facevano da padrone. E miriadi di altre immagini che non potrei elencarle, che non bastano le stelle del cielo a numerarle. E l’ultimo periodo, costellato di deliri, dolori, sofferenza. Ma anche tanto affetto, che sebbene a volte senza parole intelleggibili traspirava in ogni gesto, in ogni parola. In ogni sguardo.

Non c’è elenco che possa tener conto di quanto mi hai insegnato, anche in questi ultimi istanti. Perchè anche quando sembra che non si possa più trasmettere nulla, invece si, qualcosa passa sempre.
E anche stavolta è passato quello di cui avevo più bisogno. L’accettare la mia fragilità, il fatto che quando si è in crisi non si può essere d’aiuto a nessuno. Che stavolta sono io, ad aver bisogno d’aiuto.
Lo sapevo già, ma accettarlo quando ci si è dentro non è altrettanto semplice. Credo che sia anche per questo mettere le esigenze altrui al primo posto che ho scelto la strada che sto percorrendo. Ritenere di essere sempre più forte, di poter reggere il confronto con ogni tipo di sofferenza che ti viene portata dinanzi da chi sta male. Dannato senso di onnipotenza, si maschera, ma sgonfiarlo ed esiliarlo da qui, è maledettamente difficile.
Non sono riuscito a scoppiare fino al momento dell’ultimo saluto. E sentivo che stavo male. Mi rendevo conto che per quanto provassi a star vicino a mia madre, a mia sorella, ero l’ombra di me stesso.
Poi è partita quella canzone, che in qualche modo incarnava tutta l’essenza di un’esistenza piena.
Ritrovarmi a pezzi, incapace di contenere le lacrime, di controllarmi, di dire una parola senza mordermi le labbra fino a sanguinare. E realizzare che sono umano. Forse della specie più debole.

Ora, mi rendo conto di come mi abbia fatto quest’ultimo regalo. Forse involontariamente, certo, ma questa è la mia parte razionale che parla. Che ora è letteralmente in tilt.
Non riesco più a pensare che con la fine della vita tutto termini. Che tutto vada in cenere. Le ultime parole che ha detto mi hanno dato da pensare. Pareva davvero che di là ci fosse qualcosa. E riguardare queste righe che sto scrivendo mi fanno anche sorridere, perchè non sembrano da me. Tuttavia…
Il dubbio c’è. E me lo tengo stretto. Le certezze sono troppo spesso lusinghiere, e al contempo vacue.

In questa giornata, il ricordo di quanto accaduto solamente sei giorni fa è talmente nitido che i miei occhi non riescono a non inumidirsi.
Ma il mondo continua a girare, le persone a incontrarsi, a vivere, ad amarsi.
Guardandomi attorno, mi faccio forza.
Sono rimasto in standby per qualche giorno. E’ normale, direi. Anzi, appresa questa lezione, devo dirmi: per fortuna sono così.
Altra chiave di lettura per comprendere questo mondo. Per accettare con serenità anche quello che è fuori dal comprensibile. Ciò che non ha, e che non potrà mai avere, alcun senso.

Grazie…

nov 17

Dare un senso

Manca poco.
Appena due settimane e terminerò questa esperienza.
Non sentirò più ogni mattina una sequela di improperi orribili, non ci sarà più l’assalto alla baionetta non appena arrivo assieme a Daniel, non ci sarà più la corsa a proteggere graffette e puntine da una fine assai poco gloriosa.
Non vedrò più sbalzi d’umore oltre il limite dell’immaginabile, nè più ossessioni che bloccano ogni decisione, nè pruriti senza alcuna spiegazione medica.
O forse si?

Perchè quello che mi porto via da questo tirocinio è proprio questo. Da un lato i ragazzi mi mancheranno, mi mancheranno le loro follie e le emozioni scagliate addosso senza alcun filtro.
Ma mi porto via anche un briciolo di consapevolezza sulle infinite espressioni della mente umana.
L’esperienza che ho fatto la raccomanderei a chiunque voglia confrontarsi con quello che è il senso più terribile, ma anche più pieno, dell’esistenza dell’uomo.
Perchè quello che ho ricevuto è molto di più di quello si può dare in così breve tempo. Una chiave di lettura rispetto a tutto quello che mi circonda, ai rapporti di tutti i giorni. Alle persone che in altre circostanze definiresti strane, stronze, o semplicemente fuori di testa.
Beh, rendersi conto che non è tutto così semplice, così riduttivo, è quasi rassicurante.
E’ come aver aperto gli occhi.
Ora, fuori dalla teoria, dai libri. Ora, nel mondo reale.

Ora posso ripensare alcune frasi udite nel corso di questi ultimi mesi.
Alle offese gratuite, alle confidenze imbarazzanti, ai dolori sussurrati e spesso non compresi.
L’avere una chiave di lettura per tutte queste espressioni altrimenti incomprensibili dà un senso a tutto, dà un significato un pò più completo a un mondo che altrimenti un senso sembra non avercelo. A situazioni che certe volte ti domandi Ma come diavolo ci son finito in mezzo?
L’apparente non senso ora è comprensibile. E tutto ciò che è comprensibile è più facilmente accettabile.
E’ l’ignoto, l’insensato, a far paura, a essere inaccettabile.

Tutto ciò passa anche per una analisi di sè stessi, dei propri limiti, dei propri errori. Delle difese disfunzionali sfoderate in vari contesti, degli sbagli con i quali per orgoglio non si vuole fare i conti, dell’impossibilità di accettare di non poter risolvere ogni problema.
Perchè è più facile nascondere le emozioni che confessarle, anche a sé stessi.
Mi ci son scontrato in tutti questi anni, in particolare da quel momento di quasi dieci anni fa.
Sembra ieri. Quegli attacchi in macchina, in treno, in ogni momento. Incontrollabili, incomprensibili. Inaccettabili.
E ora… senza quelle difficoltà, senza quei segnali, non sarei arrivato qui. Ce n’è voluta di strada per imparare a essere vivo. Davvero Vivo.

Ora si continua, la sfida è appena iniziata.
Vi ricorderò di sicuro per sempre, grazie di tutto.