Ferito

A volte arrivano notizie che ti lasciano sgomento. Senza fiato. Sembrano così assurde che la reazione più normale è quella di cascare dalla sedia e non crederci.
Eppure, succede. Succede che la persona che hai a fianco qualche ora prima non ci sia più, per sua scelta. Che quell’amica della tua infanzia, persa di vista da anni, ora sia molto malata. E non riesci a dormire, e quando finalmente Morfeo ti abbraccia, ti dona incubi che ti fanno rialzare distrutto.
Ora, questi sono i miei pensieri attuali. Certo c’è chi ne stila un romanzo sui vari social network, apparendo quasi forse irrispettoso nei confronti del dolore altrui, sputando sentenze ed elargendo perle di saggezza esibendo la propria megalomania, volendo interpretare il più profondo dolore degli altri e pretendendo di avere la verità in tasca. Senza averlo mai provato.
Quindi, parlerò di me. Di quel che mi è successo dieci, ormai undici, anni or sono. Di ciò che ha messo fine a quella fase che per comodità chiamo la mia prima vita.

Ma prima un piccolo incipit. Giusto per chiarire un pò i ruoli. Chi sono io, cosa posso essere. E’ un pò doveroso, nei confronti di chi crede di aver la linguetta molto glabra, e invece ce l’ha solo di un colore poco appropriato al palato. Questa è una citazione trovata in rete, che spiega bene chi è lo psicologo:

“Sono uno psicoterapeuta, ma siccome ho dei problemi vado da un altro terapeuta. La cosa non mi crea particolare disagio, perché anche il mio terapeuta va a sua volta da un altro terapeuta. E il suo terapeuta va da un altro terapeuta. E il terapeuta del suo terapeuta viene da me in terapia.” (Harvey Mindess)
Ma lo psicologo è veramente una persona normale? [...] Lo psicologo è come un guaritore ferito. Intendo dire che è proprio merito della sua ferita se è predisposto a entrare in contatto con il dolore e i conflitti altrui. [...] Certo, non basta essere stati feriti per fare gli psicologi e aiutare le altre persone. A ben vedere, è una condizione che accomuna tutti quanti noi. La differenza la fa cosa noi ce ne facciamo, di questa ferita. Se riusciamo o meno a trarne i frutti, se riusciamo a percepirla, a conoscerne i limiti, a trarne nuove sintesi. [...] Ma secondo me l’elemento che predispone a fare questo mestiere è il rapporto che noi intratteniamo con questa ferita. Non è un caso che secondo alcuni lo psicologo, per curare efficacemente, non debba mai pensarsi separato dall’essere, almeno in parte, paziente egli stesso. [...] Quindi lo psicologo non è un disperato che aiuta altri disperati. Ma è più paragonabile a chi, avendo imparato a prendersi cura delle proprie ferite, è più predisposto ad aiutare gli altri a fare la stessa cosa.”

Torniamo a me.
Primi anni di questo nuovo millennio, sono un adolescente, forse anche nella norma. Delusioni affettive, ripetute, crisi di identità derivante dal non capire cosa stessi facendo della mia vita, chi volessi diventare, e probabilmente anche se volessi diventare qualcuno o qualcosa. Praticamente, un treno lanciato a trecento all’ora, senza binari. Poiché i binari avrei dovuto gettarli prima di avanzare, ma non avevo né l’esperienza per farlo, tantomeno la pazienza di impegnarmici. Tanto convinto ero che in qualche modo qualcun altro l’avrebbe fatto per me. Che mi era dovuto.
Così, nell’autunno del 2002, poco meno di undici anni fa, mi ritrovo a scrivere:

sono morto dentro..
potrò anche sembrare il solito deficente che fa casino, ma sono morto dentro..
se non si han più sentimenti..
cosa è una persona..

Poche settimane dopo, provarci. A non esserlo più solamente dentro.
Fallire. Non capendo cosa avesse fermato quella folle corsa contro quel pilone.
Tutt’ora non ne ho idea. Mi piace pensare che qualcuno abbia gettato uno sguardo giù su quella strada. Forse è un mio bisogno, una mia difesa. Non lo so.
Probabilmente avevo così bisogno di qualcuno che mi guidasse, che ho voluto credere così.

Ma non era finita. Non è che dentro fossi rinato, anzi. Così dopo altre poche settimane mi ritrovo su un letto d’ospedale, con il cuore che fa i salti mortali all’indietro, che in qualche modo inizia a suggerirmi: “Non puoi andare avanti così. E’ ora che inizi a curare le tue ferite.”

Il resto è storia. E’ tutta qui, su questo blog.
Ma se non avessi trovato chi mi ha aiutato, in quei momenti, quella dottoressa che mi ha raccolto e ricomposto quando la mia mente era sull’orlo di frammentarsi del tutto, la mia seconda vita non sarebbe mai iniziata.

Questo non per dire che sono stato bravo, fortunato, o miracolato. Ma semplicemente raccontare cosa è successo a me. Poterlo dire, oggi. Aver fatto pace col proprio passato. Aver provato cosa vuol dire essere morto dentro, aver provato la disperazione della depressione. E, in qualche modo, riuscire a comprendere un gesto estremo. Stavolta, purtroppo, non fallito.
Non credo sia questione di fortuna o sfortuna. Ricordo che un prof diceva che era inutile provare a salvare uno che voleva farla finita. Prima o poi ci sarebbe riuscito comunque. Potevamo solamente provare a offrire un’alternativa, ma senza imporla. Senza obbligare l’altro a vivere. Senza pretendere di salvarlo. Perché non siamo salvatori, ma solamente persone anche noi.

Ora, i giorni scorsi si fanno sentire.
Provo rabbia di fronte alla mia impotenza. E’ difficile farsene una ragione.
Non c’è colpa, né mia, né tua. Non potevamo farci nulla.
Ma questa rabbia va fatta uscire. Se rimane dentro, il dolore aumenta, la rabbia cresce ancora di più, e il circolo vizioso si innesca. Ora lo conosco, so come curare le mie ferite.
E’ già qualcosa. Anche se bruciano, anche se fanno male.

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