Nel proprio orto

Ci sono momenti in cui prendere posizione è un'opzione. Personale.
Ce ne sono altri in cui il non prendere posizione è una scelta che coinvolge non solo sè stessi.
Ma siamo sicuri che la prima delle due scelte è possibile?

Da qui… le riflessioni possono essere infinite. Specie guardando la nostra società nel complesso, ma anche soffermandosi nel dettaglio delle esperienze di ciascuno di noi.

Possiamo starcene nel nostro orticello, perchè ci sta bene non doverci occupare della "res publica", delle faccende che escono dalle mura domestiche e che, in quanto tali, non sentiamo nostre. Va bene, è una scelta. Dopotutto non sta scritto da nessuna parte che "tocca a noi".
Possiamo uscire dall'orticello, occuparci di tutti i fatti altrui, perchè all'interno delle nostre vite c'è il nulla assoluto e sentiamo quindi l'impulso irrefrenabile a riempire tale vuoto. Gossip a go-go, chiacchere alle spalle e diffusione di opinioni come fatti. Lo fanno in tanti…
Possiamo anche guardare all'esterno, decidendo di non intervenire, e comportarci come al grande fratello, dove si segue con infinita smania le avventure di quattro scimmie rimanendo comodamente seduti in poltrona. E immaginandosi al loro posto. Anche questa è una possibilità, e pure molto gettonata secondo le statistiche di Mediaset Premium.

Ma c'è anche un'altra scelta. Quella di essere dissidente.
Ma non dissidente per partito preso, o nelle proprie idee. Dissidente verso l'indifferenza.

Quello che accade all'altro non è mai solo un problema suo.
Spesso ci riguarda. Direttamente o indirettamente.
Indirettamente perchè, se non altro, l'altro è un essere umano. E tra esseri umani, dovremmo essere sempre solidali.
Direttamente perchè questioni che sentiamo lontane, come ad esempio quelle politiche, ci coinvolgono spesso. Le decisioni che vengono prese nelle varie assemblee di cui facciamo parte, da quella parlamentare a quella delle associazioni a quella degli amici, riguardano anche noi.
E solo per questo dovremmo prendere posizione, non lasciare "al caso" le scelte. Anche perchè in tali casi, il "caso" ha nome e cognome.

Ma non solo.
Quando possiamo prendere delle decisioni e non lo facciamo, coinvolgiamo spesso in tale vortice di indifferenza qualcuno. E quel qualcuno è sempre il più debole.
Quello che non può o che non sa difendersi.
Che si oppone, che si schiera contro e che casomai lotta contro la propria sopraffazione, ma che si trova a combattere anche contro una moltitudine di indifferenti che, non facendo appunto nulla, avallano lo stato delle cose e l'opinione di colui che urla più forte, condannandolo a morte.

Non possono che riecheggiarmi le parole di Antonio Gramsci:
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti."

Ci sono però due rischi.
Quello di trasformarsi, nel tempo, in indifferenti.
E quello di trasformarsi nelle persone che si vogliono combattere.
Per quello credo che cercare di combattere l'indifferenza e le dittature, presenti con vari sinomimi in tutti gli ambiti della nostra vita, sia uno dei più grandi e pesanti fardelli di cui ci si può sobbarcare.
Ma non per questo bisogna cedere. Non per questo non bisogna tentare.
E proprio per questo non bisogna essere soli. Solo l'essere, democraticamente, insieme può farti rendere conto in tempo dei tuoi sbagli, dei rischi che si stanno concretizzando in scelte, delle possibili derive e trasformazioni che ti coinvolgono.

E se diventi come il dittatore che tenti di spodestare… cosa ti distinguerà poi da lui?
Cosa ti permetterà di dirti "buono" e di additare come "cattivo" l'altro?
E come potranno le altre persone distinguervi, una volta diventati identici?

Come mai queste riflessioni? Cosa avrà mai scatenato tali pensieri?

Questi pensieri ci sono da sempre. Solo si stanno riordinando piano piano.
Gli eventi della vita di tutti i giorni non fanno altro che da catalizzatori.
A partire da quello che successe ormai un anno e mezzo fa nella compagnia, e che anzi a ripensarci meglio era iniziato alla fine del 2006. Passando per le questioni legate al volontariato, in cui spesso si maschera il proprio bisogno di protagonismo in falso altruismo. Passando per le vicende del direttivo regionale della mia associazione che, capitanato da quattro mentecatti che hanno deciso di impadronirsi della stessa, sta trascinando nel baratro tutta la baracca. Fino infine ai tanti altri esempi recenti, dal vedere amici che impongono il loro volere ed altri che fanno gli indifferenti noncuranti che le scelte riguardano anche loro, al cadere dallo scooter rompendomi una spalla non ricevendo aiuto da alcuno, nonostante alcune persone passassero di lì in quell'istante.

Ma a chi tocca cambiare le cose?
E' possibile essere davvero uomini, se non si è in fondo un pò "partigiani"?

Non aspettiamoci che qualcuno faccia le cose al posto nostro. Facciamole noi.
Insieme, TUTTI assieme, senza escludere alcuno, in modo davvero democratico.

Solo dando l'esempio possiamo sperare che l'indifferenza altrui venga meno.
Solo impegnandoci in prima persona possiamo cambiare le cose.
Senza alcuna violenza, e senza indifferenza.
Perchè l'indifferenza è violenza. Ne uccide più l'indifferenza che la spada.

Non è la "mission" di un eroe. E' la Vita di ognuno di noi.

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