gen 07

Cambiare. Abituarsi. Restare.

Ci sono cose che cambiano negli anni. Situazioni che si evolvono, momenti che passano.
Altre, rimangono immutate, quasi a determinare chi sei. E a volte vorresti che queste finissero, e che fossero altre a fermarsi.

L’argomento dell’altra sera. Certo, non in termini così espliciti. Sarebbero servite ben più birre…
Ma il succo è quello. E’ passato un altro anno, ma siamo sempre noi stessi, o qualcosa è cambiato? E se qualcosa è cambiato, chi è stato l’autore di tale cambiamento?
Parlo al plurale, perché in quella riflessione s’era in due. Ma ora voglio fare i conti con me, e con quelli che sono stati i pensieri di questo inizio duemilaquattordici.

Di nuovo in stallo, eh. Bel modo di finire, e bel modo di iniziare. Se il capodanno significasse qualcosa per me, ovviamente.
E tutto perché ne ho paura. Emozioni, sentimenti… amo viverli, e al contempo me la faccio sotto. Così mi son ritrovato a pensare a dove vorrei andasse il cuore, e la risposta è stata di nuovo quella. Già, passano gli anni, ma ora che riesco a guardarla, vedo che la bussola punta sempre in quella direzione.
Inutile non volerla seguire, inutile girare a mano l’ago magnetico. Continua a girarsi verso nord, senza poterlo controllare.
Così, i sensi di colpa ti attanagliano. Hai il terrore di prendere in giro, di essere tu stavolta lo stronzo. E quindi, è quasi stata una cortesia quel silenzio e quella chiusura che ha accompagnato l’inizio d’anno.

Il cuore va dove vuole. La testa ragiona, ma in questo campo, non può che soccombere.
Credo dovrò farci il callo.

Tuttavia…

Se dovessi guardare a questo momento, e basta, direi che quest’anno si preannuncia interessante. Diverso, e impegnativo. Sotto tutti i punti di vista. E sembra già vi siano vagiti di cambiamenti importanti. Esattamente ciò che dicevo ieri sera.

Ma.
Ma se riguardo indietro, se sfoglio le immagini che conservo gelosamente nella mia memoria, se lascio i pensieri fluire nel tempo come in un rivivere gli ultimi dodici mesi, mi accorgo di quanto questi mesi siano stati pieni.
Solo a pensare… lavoro, esame di stato, rinnovare e far girare quel nuovo volano aziendale, nuove amicizie, nuove esperienze… una nuova casa…

Mi ci sto abituando, pian piano.
Momenti di tranquillità, a lungo desiderata, che si alternano a istanti di profonda malinconia.
Non di solitudine. Non di quella sensazione che temevo, e che invece ho l’impressione fosse solo una paturnia difensiva.
Malinconia. Per un periodo finito, per una vita che ormai è passata. Per momenti in famiglia, con mamma e papà, che in qualche modo sono giunti al termine.
L’ho percepito come un lutto. Di fatto, parte di me è cambiata, qualcosa è andato, qualcosa è arrivato.

E non solo io.
La prima frase di mio padre, la prima sera che ero fuori casa, finché cenava con mamma.
“E adesso, con chi litigo io?”
Così che diventa anche comprensibile il fatto che sia nervoso oltremisura, che rompa le scatole come non mai. Rabbia, inespressa e inesprimibile. Non accettabile. Umana, tuttavia.

In ogni caso…
Ora sono qui. Faccio i conti con i cambiamenti, con le reazioni mie, dei miei genitori.
Al contempo, mi guardo attorno.
Vedo altre situazioni, immutabili quanto di sofferenza. Coazione a ripetere, non si riesce a scardinarla.
Non mi fa per niente piacere vedere che ti sei, di nuovo, imbagolata come mesi fa. Fotocopie, istanti di vita duplicati. Il tempo, sembra essere pietrificato.
No, non è che non mi faccia per niente piacere. Mi fa proprio male.
Ma è una cosa mia, devo farci a pugni io. Finché insisto a esserci, questo è lo scotto da pagare.

E il problema è questo. Voglio, continuare a esserci.