dic 12

Speranza

A volte mi chiedo chi me lo abbia fatto fare. Di essere così testardo, di crederci
sempre. Di ritrovarmi sempre col fiatone, stanco, di non darmi mai tregua. In effetti potrei considerarmi un pò un pirla, a non permettermi un attimo di respiro. Ma anche no.
C’è un motore che mi manda sempre avanti. Che mi ricorda che, una volta che hai tracciato una strada, devi anche percorrerla. E la fantasia, e la voglia di progettare e creare, quella no che non posso tenerla a freno.

L’avevo scritto circa tre mesi fa, in occasione di quell’evento tragico. Cosa era successo a me quasi undici anni fa, cosa mi aveva fatto arrivare sull’orlo del precipizio.
Quello che non avevo scritto è cosa mi aveva insegnato, in che senso avevo imparato a curare le mie ferite.

Sperare. Guardare sempre avanti, ma senza paura, piuttosto con speranza. Certo, ciò mi ha reso per certi versi un Don Chiscotte da manuale. Poi però mi guardo attorno, vedo ciò che ho creato, ciò che ho contribuito a creare, con questa mia testardaggine, e il pensiero di essere solo un cretino che lotta coi mulini a vento mi fa sorridere.

Perché è questo che ho deciso, coscientemente di essere. Prendere coscienza del luogo dal cui provieni, per decidere una destinazione, e il percorso per raggiungerla.

Progettare. Non limitarsi a sognare, non limitarsi a sbattere i piedi davanti a un obiettivo che non provi in alcun modo concreto o realistico a raggiungere.

E’ stata dura. Negli ultimi giorni prima di varcare questa soglia, mi rendevo conto delle mie resistenze, dei miei timori. Della fatica, di fare questo passo. Della certezza che, una volta aperta quella porta, nulla sarebbe stato più come prima.
Essere combattuto. Tra la voglia di farlo, e il timore di buttarsi. Tra il senso del dovere, e le proprie incertezze. Tra il nido sicuro ma limitante, e il futuro incerto e immenso.

Alla fine mi ci son quasi costretto. A modo mio.
Pianificare come, organizzarsi le fasi del trasloco, delegare ciò che non riuscivo a fare, sacrificare il poco tempo libero a disposizione in questi ultimi metri tra me e casa mia.

Casa mia.

Sono già passati quattro giorni, ogni ora che passa la sento sempre di più come familiare e indispensabile, eppure mi sembra ancora così strano. Aver fatto quel passo rinviato così a lungo, aver fatto quel passo che tanti trentenni adolescenti in eterno rimandano a tempo indefinito.

E ora speranza. Si, perché mi rendo conto sempre di più quanto essa sia il motore che manda avanti le persone, che manda avanti me. Avere un progetto, per quanto uno possa applicarsi a disegnarlo, non basta. Bisogna crederci, bisogna avere fiducia. Nelle proprie possibilità, e negli altri. Perché, a ben vedere, se avessi dovuto basarmi unicamente sui feedback delle tante persone incontrate che mi hanno solamente usato, sui riscontri di tanti falsi amici, la scelta di undici anni fa avrebbe dovuto essere ben diversa, e definitiva.
Invece ci credo. Continuo a volerci sperare. Ed ad aver fiducia nell’Altro.

Non lo vedo in questi giorni, attorno a me. Vedo solo voglia di rompere, di andare contro, di non credere più in nulla. Solo voglia di bruciare, di distruggere, ma senza nemmeno porsi il problema di costruire, di far funzionare il mondo.
E’ molto più semplice, in effetti. Un muro lo tira giù a picconate o cannonate chiunque, ma per costruire una casa serve un progetto, serve un muratore, servono materiali, e serve impegno.
A dire “tu fai”, son capaci tutti. A fare, non ne sono così certo.

Ce ne sarebbero di discorsi da fare. Li lascio a chi crede di aver ragione, a chi non si mette un attimo in discussione. A chi ritiene di avere la verità e la soluzione in tasca, ma invece è solo un re nudo. Come in quella favola.

Io continuo a guardare invece ciò che ho fatto. E a progettare il mio domani.
Il progetto c’è, la voglia di realizzarlo ancor di più.
E ho fiducia. Io, ci credo.