set 22

Ferito

A volte arrivano notizie che ti lasciano sgomento. Senza fiato. Sembrano così assurde che la reazione più normale è quella di cascare dalla sedia e non crederci.
Eppure, succede. Succede che la persona che hai a fianco qualche ora prima non ci sia più, per sua scelta. Che quell’amica della tua infanzia, persa di vista da anni, ora sia molto malata. E non riesci a dormire, e quando finalmente Morfeo ti abbraccia, ti dona incubi che ti fanno rialzare distrutto.
Ora, questi sono i miei pensieri attuali. Certo c’è chi ne stila un romanzo sui vari social network, apparendo quasi forse irrispettoso nei confronti del dolore altrui, sputando sentenze ed elargendo perle di saggezza esibendo la propria megalomania, volendo interpretare il più profondo dolore degli altri e pretendendo di avere la verità in tasca. Senza averlo mai provato.
Quindi, parlerò di me. Di quel che mi è successo dieci, ormai undici, anni or sono. Di ciò che ha messo fine a quella fase che per comodità chiamo la mia prima vita.

Ma prima un piccolo incipit. Giusto per chiarire un pò i ruoli. Chi sono io, cosa posso essere. E’ un pò doveroso, nei confronti di chi crede di aver la linguetta molto glabra, e invece ce l’ha solo di un colore poco appropriato al palato. Questa è una citazione trovata in rete, che spiega bene chi è lo psicologo:

“Sono uno psicoterapeuta, ma siccome ho dei problemi vado da un altro terapeuta. La cosa non mi crea particolare disagio, perché anche il mio terapeuta va a sua volta da un altro terapeuta. E il suo terapeuta va da un altro terapeuta. E il terapeuta del suo terapeuta viene da me in terapia.” (Harvey Mindess)
Ma lo psicologo è veramente una persona normale? [...] Lo psicologo è come un guaritore ferito. Intendo dire che è proprio merito della sua ferita se è predisposto a entrare in contatto con il dolore e i conflitti altrui. [...] Certo, non basta essere stati feriti per fare gli psicologi e aiutare le altre persone. A ben vedere, è una condizione che accomuna tutti quanti noi. La differenza la fa cosa noi ce ne facciamo, di questa ferita. Se riusciamo o meno a trarne i frutti, se riusciamo a percepirla, a conoscerne i limiti, a trarne nuove sintesi. [...] Ma secondo me l’elemento che predispone a fare questo mestiere è il rapporto che noi intratteniamo con questa ferita. Non è un caso che secondo alcuni lo psicologo, per curare efficacemente, non debba mai pensarsi separato dall’essere, almeno in parte, paziente egli stesso. [...] Quindi lo psicologo non è un disperato che aiuta altri disperati. Ma è più paragonabile a chi, avendo imparato a prendersi cura delle proprie ferite, è più predisposto ad aiutare gli altri a fare la stessa cosa.”

Torniamo a me.
Primi anni di questo nuovo millennio, sono un adolescente, forse anche nella norma. Delusioni affettive, ripetute, crisi di identità derivante dal non capire cosa stessi facendo della mia vita, chi volessi diventare, e probabilmente anche se volessi diventare qualcuno o qualcosa. Praticamente, un treno lanciato a trecento all’ora, senza binari. Poiché i binari avrei dovuto gettarli prima di avanzare, ma non avevo né l’esperienza per farlo, tantomeno la pazienza di impegnarmici. Tanto convinto ero che in qualche modo qualcun altro l’avrebbe fatto per me. Che mi era dovuto.
Così, nell’autunno del 2002, poco meno di undici anni fa, mi ritrovo a scrivere:

sono morto dentro..
potrò anche sembrare il solito deficente che fa casino, ma sono morto dentro..
se non si han più sentimenti..
cosa è una persona..

Poche settimane dopo, provarci. A non esserlo più solamente dentro.
Fallire. Non capendo cosa avesse fermato quella folle corsa contro quel pilone.
Tutt’ora non ne ho idea. Mi piace pensare che qualcuno abbia gettato uno sguardo giù su quella strada. Forse è un mio bisogno, una mia difesa. Non lo so.
Probabilmente avevo così bisogno di qualcuno che mi guidasse, che ho voluto credere così.

Ma non era finita. Non è che dentro fossi rinato, anzi. Così dopo altre poche settimane mi ritrovo su un letto d’ospedale, con il cuore che fa i salti mortali all’indietro, che in qualche modo inizia a suggerirmi: “Non puoi andare avanti così. E’ ora che inizi a curare le tue ferite.”

Il resto è storia. E’ tutta qui, su questo blog.
Ma se non avessi trovato chi mi ha aiutato, in quei momenti, quella dottoressa che mi ha raccolto e ricomposto quando la mia mente era sull’orlo di frammentarsi del tutto, la mia seconda vita non sarebbe mai iniziata.

Questo non per dire che sono stato bravo, fortunato, o miracolato. Ma semplicemente raccontare cosa è successo a me. Poterlo dire, oggi. Aver fatto pace col proprio passato. Aver provato cosa vuol dire essere morto dentro, aver provato la disperazione della depressione. E, in qualche modo, riuscire a comprendere un gesto estremo. Stavolta, purtroppo, non fallito.
Non credo sia questione di fortuna o sfortuna. Ricordo che un prof diceva che era inutile provare a salvare uno che voleva farla finita. Prima o poi ci sarebbe riuscito comunque. Potevamo solamente provare a offrire un’alternativa, ma senza imporla. Senza obbligare l’altro a vivere. Senza pretendere di salvarlo. Perché non siamo salvatori, ma solamente persone anche noi.

Ora, i giorni scorsi si fanno sentire.
Provo rabbia di fronte alla mia impotenza. E’ difficile farsene una ragione.
Non c’è colpa, né mia, né tua. Non potevamo farci nulla.
Ma questa rabbia va fatta uscire. Se rimane dentro, il dolore aumenta, la rabbia cresce ancora di più, e il circolo vizioso si innesca. Ora lo conosco, so come curare le mie ferite.
E’ già qualcosa. Anche se bruciano, anche se fanno male.

set 13

Diviso.

“Cosa succede? Cosa posso fare?”
“Non puoi farci niente… è la vita.”

Cosi chiudevo l’ultimo, e unico, post di giugno. Poi mesi di silenzio.
Mesi talmente densi di eventi che a sintetizzarli verrebbe fuori un qualcosa di incomprensibile. Ma partiamo dall’inizio.

Esame di stato: fatto, passato, e abilitato. Per alcuni versi proprio come me lo immaginavo, per altri inaspettato. E’ stata l’occasione per mettermi alla prova, per conoscere molte persone, per riaffermare anche a me stesso l’amore per la psicologia. Riaprire alcuni libri, in particolare alcuni paragrafi, e tornare con la mente ai momenti in cui affrontavo quegli argomenti per la prima volta. Sentirsi nuovamente uno studente alle prime armi.
Affrontare i casi clinici, cercare di decifrare situazioni ingarbugliate. Sulla carta, certo, ma con l’esperienza maturata durante il tirocinio, e i ricordi di quel periodo che affioravano dai miei occhi.

Già. Il tirocinio in comunità.
L’esperienza più piena e più viva mai fatta. Così diversa da quella in cui sono ora, ma anche così simile.
Torno infatti dopo l’esame al lavoro, quel lavoro accettato a febbraio più per necessità e per comodo che per interesse genuino. E trovo una situazione paradossale.
L’esplosione, scontata, attesa, e per certi versi auspicata, dell’azienda nella quale lavoravo. E la necessità di ripartire, praticamente da zero, rendendosi conto delle difficoltà legate agli inizi, e quelle relative ai trascorsi.
E contemporaneamente, immergersi a fondo nel mondo della nevrosi e dei disturbi di personalità.

C’è poco da fare, è una mia deformazione ormai. Non c’è scampo, quando mi relaziono con qualcuno viene praticamente automatico cercare di capire cosa ci sia dietro ogni affermazione. Se è autentica, se c’è del falso. E, sempre, se è una difesa.
Così mi son reso conto che la situazione lasciata ai primi di giugno era molto più intricata di quanto riuscissi, o volessi, vedere. Perché avevo accettato il lavoro per una mera questione economica, non perché il mio interesse maggiore fosse tornato a essere l’informatica. Non avrei mai pensato di dover contribuire a rimettere in moto un’attività.
Certo, tecnicamente non sarei tenuto a farlo. In realtà, il problema è che non posso farne a meno. Per indole, ovviamente. Il che non gioca certamente a mio favore.

Tuttavia, questa situazione mi sta portando a dover affrontare, controvoglia, un paio di questioni che avevo deciso di accantonare, di ignorare. In primis, i problemi psicologici al di fuori delle strutture. E in secondo luogo, e non per importanza, i miei di problemi.

Non riesco a tollerare una cosa: la calunnia. E più che questa, l’approfittarsi di chi non è capace, o non riesce, a difendersi. E anche stavolta avrei voluto reagire, come nell’altro trascorso che mi ha toccato nel vivo: con una castagna sul naso. Non so se ci sia stato qualcosa che mi ha trattenuto, o forse non vi è stata l’occasione. Ma per me è più forte il rancore per un danno fatto a un amico ingenuo, che se il danno fosse stato fatto a me direttamente.
E di lì torno poi a chiedermi “perchè?”. Cosa può spingere qualcuno ad agire così, manipolando gli altri e svalutandoli di continuo solo per sentirsi superiore? Come mai certe parole, certi atteggiamenti, richiesti più per sentirsi al sicuro che per esigenza oggettiva… come mai aveva così bisogno di sentirsi superiore…
Ancora una volta, faccia a faccia con un narcisismo ipertrofico. Che tutto distrugge, annienta, e nessuno salva. In particolare chi lo ostenta, e viene schiacciato da sé stesso.

Il sentirsi diviso è invece ciò che caratterizza me. Da un lato, la mia parte samaritana vorrebbe soccorrere anche chi non sta bene e ne è inconsapevole, presa dalla sindrome del salvatore. Dall’altro, il mio istinto di autoconservazione, che vorrebbe massacrare senza pietà. Due parti apparentemente inconciliabil, e nessuna delle due che vuole accettare mezze misure. E l’unica consapevolezza che questo bianco o nero probabilmente non è mio, ma è una difesa che origina proprio dalla persona che mi sono trovato davanti.
Al contempo, il voler insegnare a qualcuno a ricoprire come si deve il suo ruolo, e contemporaneamente la certezza sia di non ricoprire la posizione per poterlo fare, tantomeno di poter insegnare alcunchè. Perché l’esperienza mi ha insegnato che finché qualcuno non sbatte contro il muro non si sveglia. E spesso non basta neanche quello: apoteosi della nevrosi, della coazione a ripetere. Senza contare che, se mi metto sempre di mezzo, più che aiutare, rendo l’altro più disabile di quanto non sia, colludendo.

Così mi ritrovo qui, in un ufficio a scrivere durante la pausa pranzo, poiché non ho più neanche il tempo di accendere il computer a casa. E una casa nuova che aspetta solo che le ultime vicende burocratiche siano concluse per essere abitata.

Cambiamenti, auspicati e temuti. Come tre mesi fa. Su questo, poco è cambiato.
Ne auspico altri, dentro di me. Perché non posso continuare a voler aggiustare, sistemare, riparare tutto. Mi condanno da solo all’ergastolo. E tuttavia non ho ancora trovato la forza di rinunciare a questa parte di me.
Quindi è anche per questo che non ho aggiornato finora. Ciò che voglio di più ancora non son riuscito a realizzarlo.
Ancora non ho cambiato me stesso. E nemmeno il mondo.