gen 15

Il mondo "duro"

Il bello di parlare per concetti, di astrarre, è che quel che dici può non essere legato a una particolare situazione, a una particolare persona, a un determinato pensiero. Non serve sapere cosa mi ha portato a fare determinate riflessioni, quanto dove sono arrivato, condivisibili o meno che siano.
La cosa più divertente è starsene a osservare le reazioni di chi si sente di essere l'ispiratore di un determinato argomento. Spesso ho una reazione istintiva, del tipo "ma ti te si fora de meona…", ma subito dopo penso: "eora?"
Credo che ogni nostra idea parta dalle nostre esperienze, dalle nostre osservazioni, e dalle conclusioni che liberamente riusciamo a trarne. Si parte dalla realtà "dura", e poi si astrae.
A cosa penso quando scrivo le mie riflessioni?
Ma siete sicuri di volerlo sapere? E soprattutto… "eora?"
"Si si, o vuio!!" "Bon, eora va vanti lèsare, te te a si sercà! Dopo no sta lagnarte!"

Prima di tutto: se parli spesso di una cosa, se rivanghi spesso il passato, finchè ami e finchè odi, vuol dire che l'oggetto della tua attenzione è per te centrale. Talmente centrale che continui a pensarci, che non riesci a distaccartene emotivamente. Una specie di "disturbo post-traumatico da stress", con continui flashback in cui tenti, senza poterci riuscire, di cambiare il passato per farlo diventare come avresti voluto fosse stato. E' irrazionale, ma in quanto "scimmie senzienti", e per quel che mi riguarda aggiungo "imbecilli", lo facciamo tutti.

Il ruolo. Se fai parte di un gruppo, all'interno di esso devi avere un ruolo. Come all'interno di una azienda, c'è bisogno di un direttore, di un operaio, di una segretaria, dell'addetto alla pulizia dei cessi, ecc. Se non hai un ruolo… chi sei?
Mi viene in mente come sono nati i nostri, di ruoli, come sono nate le nostre identità. Quand'è che ti rivolgi all'uno? E quando all'altro? Che ruolo ha all'interno della compagnia xxxx? Non contate le x, non mi voglio riferire a nessuno in particolare!
Senza considerare che molti ruoli sono attribuiti soggettivamente, e che quindi anche questa riflessione è riduttiva!
Quel che conta è che comunque il ruolo è fondamentale per la nostra identità. Basti pensare: se uno non ha un ruolo, è come se non esistesse. Non viene preso in considerazione, non c'è e quindi non esiste. Brutto a dirsi, ma non è difficile accorgersi che in molte realtà le cose vanno così.
E' il gruppo stesso che legittimizza il tuo ruolo. Se tu non ne hai uno, te lo cucisce addosso. Qui si può decidere: adeguarsi ed essere accondiscendenti, o se non ti piace, ribellarsi e urlare. Queste ultime due sono strategie fallimentari. Bisogna comunque essere legittimati, e vieni legittimato nel tuo ruolo precedente appunto perchè ti ci ribelli, e in più diventi un rompiballe, un mona, un matto.
Forse cambiare il proprio ruolo non è questione di un attimo. Ma di anni, e di lavoro continuo. Nonostante non mi ci veda più da molto, io sono ancora visto come il tecnico del computer. Anche se un pò alla volta a questo ruolo se ne sta affiancando, pian piano, un altro.
Riguarda tutti. Basta chiedersi: quale è la prima cosa che ti viene in mente quando pensi a xxxx?

Attori e spettatori. Più di una volta ho avuto la sensazione di vivere in una commedia noir in cui il regista è sadico, e l'ultima cosa che ha a cuore è la sorte del protagonista. Lo chiamavo Dio questo regista, e allora giù di bestemmie, lo chiamavo destino, o fato.
Di questa storia già scritta sono stato vittima a lungo. Provando la sensazione di vivere una vita sulla quale non avevo alcun potere, succube di un destino già scritto, e che una mia ribellione sarebbe stata comunque vinta dal sistema.
Fin tanto che non mi sono reso conto che il regista, che tanto ho odiato, non era Dio o il destino. Ma ero io stesso. Il concetto di "profezia che si autoavvera" non è mai stato tanto appropriato.
Certo, là fuori c'è un mondo su cui io non ho che una influenza minima, e con lui ci devo venire a patti. Ma decido io come. Posso decidere io come interpretare questo film. Non sono una comparsa, sono un attore vivo.
Quanto conta, a teatro, l'attore stesso? Immaginatevi un'opera interpretata da due attori: sarà diversissima, a seconda di chi ci recita. Ad alcuni piacerà l'una, ad altri, l'altra. Idem per l'attore.
Questa questione la rivedo continuamente. Il destino, i rituali, il ruolo di un Dio che da lassù muove i fili delle marionette, sono temi comuni da… forse da sempre.
Ho presente ora una ragazza che qualche tempo fa mi chiedeva: ma secondo te una ragazza può provarci con un ragazzo? Invertire i ruoli "classici" del corteggiamento? E io: perchè no? Dove sta scritto che deve andare sempre cosi? O siamo noi che ci sentiamo più sicuri in ruoli predeterminati?
Tanto per dirla: passare da spettatore passivo deresponsabilizzato, ad attore responsabilizzato e protagonista, ha avuto i suoi risvolti.

Matrix. Per me rappresenta l'istituzione totale. Come per Goffman il manicomio. Un sistema di controllo, per regolare finemente ogni più piccolo comportamento e situazione, che imprigiona ma offre in cambio la sicurezza di cui sentiamo il bisogno, una identità, vitto e alloggio nel mondo.
Una realtà in cui non ti ci vedi, e che hai riconosciuto come un "sistema", da cui vuoi evadere, è Matrix.
Non bisogna mirare a distruggere Matrix. Ha diritto quanto Zion ad esistere. Ma si lotta per conquistarsi questo diritto, che Matrix stessa ancora non riesce ad accettare. Mi riecheggia la conclusione della saga dei fratelli Wachowski. "Cosa sarà di chi vuole uscire?" "Ovviamente saranno liberati". E poi: "Quanto credi possa durare questa pace?" "Durerà finchè durerà". Probabilmente non si smetterà mai di presidiare la propria libertà. Mi domando se la guerra fredda tra America e Russia sia mai davvero finita.

Sphirinx. E' l'apoteosi del genio malefico inconcludente. E' descritto come "proveniente dall'affollatissimo girone dei megalomani dislessici. Possiede un intelletto superiore, anche se non è mai stato chiarito superiore a cosa. Conosciuto come colui che perde il controllo e parla con voce stridula, sta cercando ormai da millenni di conquistare l'universo." Aggiungerei: inutile, e praticamente innocuo.
Quanta differenza vi è tra questo personaggio dei fumetti, e il classico barboncino che sta al di là del cancello, e che per paura e invidia abbaia come un forsennato, cercando di spaventare a sua volta chi se ne sta fuori, di attirare la sua attenzione, mentre con totale indifferenza questo passeggia al di là del confine?
Un tentativo inconcludente di impedirgli di vivere fuori dal suo territorio. Che suscita tenerezza, compassione, al massimo un pò di fastidio, ma di sicuro non spaventa.
Abbaia, caro barboncino. Solo quello puoi fare. Sputa sentenze, insulta, avvertici pure che il gioco è finito, vomita la tua cattiveria, la tua invidia e la tua rabbia verso di noi, solo perchè le cose non vanno come tu avresti voluto, e attribuscici anche questi tuoi sentimenti. Se non vi fosse il cancello che ti protegge, forse non avresti nemmeno il coraggio di avvicinarti… Continua pure. Non impedirai però a nessuno di passeggiare mano nella mano oltre la tua prigione, otterrai al massimo solo un pò di disprezzo. Ma principalmente, compassione. Sei inutile, oltre che assolutamente innocuo.

Vittime e carnefici. Ne ho viste tante di vittime negli ultimi anni, e qui si tratta semplicemente di schierarsi con o contro di esse. L'ambivalenza qui non è possibile, devi prendere una posizione. Non puoi giocare col Milan e anche con l'Inter. Altrimenti, nel derby come ti comporteresti?
Certo è vero che una vittima può comunque scegliere di reagire o subire il destino. Può essere predisposta all'una o all'altra faccenda, ma può comunque scegliere di essere attore. Hai conosciuto la persona sbagliata? Càpita! Ora decidi: ti ci fai annientare, o lotti per la tua sopravvivenza?
E soprattutto: riesci a trarre da questa brutta avventura qualche insegnamento? E tu, spettatore che guardi questa commedia noir dal finale scontato, riesci a prevedere le mosse dei vari protagonisti? Hai osservato con attenzione tutto l'ambaradan delle scene?
Ricordo le prime quattro-cinque stagioni di Smallville. Lex Luthor era il miglior amico di Clark…
Quello che sarà il finale di tutta la serie tv non lo sappiamo ancora, ma possiamo anche ipotizzarlo.

Ancora sul ruolo. E tu quale vuoi? Quello che ricopri, chi l'ha creato? Chi lo sostiene? Chi te ne ha cucito addosso un altro?
Il ruolo, come l'identità, nasce dall'interazione tra due persone almeno. Viene legittimato quando a queste se ne aggiunge una terza, una quarta, e così via, creando una piccola società.
Non ti piace il tuo? Ristrutturalo. Distruggerlo unilateralmente non farà che rafforzarlo. Devi ristrutturarlo assieme alle persone che vuoi lo riconoscano.
Non reputi adatto quello che ha una persona? Non puoi distruggerlo. Oltre al fatto che non ne avresti alcun diritto, non riusciresti comunque nella tua impresa. Ma puoi però ristrutturarlo, di concerto con essa.
Quindi… nel mio piccolo credo che non possiamo crearci alcun ruolo senza che altri non lo riconoscano. Si può cercare di farselo riconoscere. Possono attribuirtelo, ma puoi cambiarlo.
Certi ruoli, certi attributi, se non li combatto… forse non è perchè così mi fanno comodo? Parlo in prima persona, ma credo riguardi ogni individuo.
Vieni disegnato come un carnefice… sicuro che tale ruolo di "antagonista" non ti dia un'identità di qualche tipo? Vieni disegnata come una vittima… non è forse un modo di attirare l'attenzione? Ti piace farti cullare dalle onde e non prendere decisioni… non è un modo per non affrontarne le responsabilità?

Adesso son sicuro, tanti si saranno sentiti chiamati in causa. Decidetelo voi, se volete esserlo. Il bello dell'astrazione è questo: si legge un libro, se ci si rivede in quello che è scritto di tanto in tanto si pensa che l'autore si sia ispirato a noi. Quando forse invece nemmeno ci conosce… e forse è solo il nostro bisogno di essere qualcuno. Qualunque qualcuno.
Di episodi da citare ne avrei tanti, e ancora di più sicuramente non li ricordo. Appunto perchè "eora?", "e allora?", personalmente non mi interessa chi e cosa mi ha portato a queste riflessioni, mi basta esserci arrivato.
Se puoi qualcuno questi ruoli li vuole sul serio, che si accomodi pure.

gen 02

Giochi di ruolo

Capita a tutti di pensarci. Quando ci sono ricorrenze, questi pensieri si fanno ancora più intensi. Si riguarda al passato, si pensa al futuro, si cerca di darsi una direzione. Non tutti, ma in parecchi si. Almeno, quelli che si fanno le più classiche delle domande.
Ce lo chiediamo tutti: Chi siamo? Dove andiamo? Qual è lo scopo della vita? Cosa ci facciamo qui?
Mai provata la sensazione di non avere nessuno scopo? Di non sapere dove stai andando? Di trovarsi in mezzo a un mare, in balia delle onde, senza intravedere lontanamente la terraferma?
Identità. Sai veramente chi sei? Sai veramente cosa ci fai qui?

Trovare un senso a tutto è la "domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto". Troppo generale, anche perchè avrebbe come risposta "42". Cioè, è davvero questa la questione, o la domanda è un nonsense come la risposta stessa?
In ogni caso, la risposta alla nostra identità la fornisce la società stessa.
Ti viene attribuito un nome, un cognome, attributi vari e infine la cosa fondamentale: un ruolo.
Il ruolo risponde a tutte le tue domande: ti dice chi sei, dove vai, dà un senso a tutte le tue azioni, al mondo che ti circonda. A tutto.
Come nelle professioni. Ad esempio, un idraulico sa benissimo chi è, la società sa di cosa si occupa e per cosa rivolgersi a lui, sua moglie sa che lavoro fa. Il suo scopo nella vita è: acqua, tubi & co.

Negli ultimi anni mi sono scontrato spesso con la questione dell'identità, e con essa con la questione dei ruoli.
Se penso a qual era il ruolo che mi era stato "destinato"… seguire le orme di mio padre, e lavorare in banca? O stravolgere tutti gli standard familiari occupandomi di elettronica e informatica? O ancora, rivoluzionare la mia vita aspirando a diventare psicologo?
Se poi penso all'ultimo periodo, e alle questioni di emergenza – da quella abruzzese a quelle più "casalinghe" – che mi hanno costretto a rivedere di nuovo la mia stessa identità…
Di fronte a queste riflessioni non ho potuto non farmi due domande.

Mettiamo che, per un qualsiasi motivo, non ci sia più bisogno dei meccanici. E' stato inventato il teletrasporto, le automobili non servono più. E il meccanico cosa fa? Che senso ha ora la sua vita senza le macchine? Senza i motori a scoppio, gli alberi a camme, i carburatori e tutte quelle cose lì?
Mettiamo che ti sei abituato a vivere in una situazione di emergenza. Questa ti dice a cosa servi, dà un senso alla tua esistenza, ti tiene occupato tutto il giorno. Ma l'emergenza, per sua stessa definizione, deve finire. Deve. E il volontario abituato a quella condizione, come reagisce a sentirsi improvvisamente disoccupato, senza lo scopo che aveva? In particolare se l'esperienza è talmente forte da cancellare completamente la tua precedente identità…
Mettiamo altri casi: tipo, come reagisce un generale quando non vi sono più guerre da combattere? Come reagisce un astronauta quando ha compiuto un'impresa storica, ma di cui ormai nessuno più parla perchè è passato tanto tempo ed è ormai ordinaria? Come reagisce un dittatore quando il vento cambia e vede tutta la sua corte abbandonarlo?
Tutte queste persone, vittime di un ruolo "totalizzante", o riescono a ristrutturarsi una nuova identità e un nuovo ruolo, o si trovano a non avere più uno scopo. Si ritrovano in una condizione di immobilità, che può essere chiamata in vari modi, anedonia, depressione, ecc. Personalmente, preferisco chiamarla: inutilità. L'esatto opposto di sapere chi sei e quale è il tuo scopo nella vita.

Altra questione. Il tuo ruolo l'hai scelto o ti è stato imposto? Hai compiuto una scelta o hai accettato passivamente l'identità che la società ti ha affibiato?
Sei nato figlio di dentista, nonno di dentista, e stai per diventare un dentista? Sei nato in una famiglia di meccanici e a sedici anni lavoravi già nell'officina sotto casa, smontando motori e cambiando l'olio alle automobili dei clienti?
Certo, può essere stata una scelta anche quella. Sempre che tu abbia valutato tutte le alternative che la società di offriva, tutte le alternative che la tua mente poteva esplorare. Se riesci a risolvere in dieci minuti equazioni impossibili che anche i matematici di professione non ne escono se non dopo anni, cosa ci fai in una bettola a servire vino e birra agli alcolizzati? Se l'hai scelto, conscio delle tue possibilità, niente da dire… ma se stai subendo la sorte, cosa aspetti a reagire?

L'essere attori, comparse o spettatori, anche qui la fa da padrone. Tanto più che qui si parla appunto di ruoli!
E' tutto un immenso palcoscenico. Con la differenza che la trama puoi non solo interpretarla seguendo il copione, ma puoi proprio scriverla.

Puoi trovarti in un ruolo totalizzante, quello del meccanico, dello psicologo, del volontario in emergenza. Lo spettacolo finisce? Bene, si tratta di prendere in mano un altro copione e cominciare con quello. Saltare da un palcoscenico a un altro, ristrutturare la propria identità in modo attivo ogni volta che ce ne sia bisogno. Senza aver paura di cambiare, che tanto se non cambi rimani immobile a subire un destino, destino che non c'è più.

Puoi trovarti in un ruolo che la società ti ha imposto. Arrivi a vent'anni che sei convinto che il tuo destino sia quello, prosegui gli studi senza nemmeno pensarci, fai gli esami senza uno scopo perchè tanto "è destino", ti sposi quella ragazza che piace tanto a tua madre, fai il lavoro che ti è prescritto dal fato e ti ritrovi a crepare d'infarto a sessant'anni, o ancor peggio di tumore.
Praticamente, una comparsa. Niente di meno, sicuramente niente di più.

Oppure puoi reagire. Decidere chi sei, in barba a quella che sembrerebbe essere l'unica possibilità.
"E' inevitabile", frase che Smith ripete decine di volte nella saga di The Matrix. Solo che lui ha deciso proprio di dimostrare che non è il "Signor Anderson", bensì Neo. Non è un programmatore come tanti altri all'interno di un mondo fittizio, ma uno dei protagonisti di una rivoluzione che quel mondo lo cambierà.
E la società che fa? Rimane inerte a guardare qualcuno che osa cambiare il suo destino? Che osa andare contro quello che lei stessa ha deciso per lui? Ma come si permette?
"In una di queste [vite] lei è Thomas A. Anderson programmatore per una rispettabile società informatica, è iscritto alla previdenza sociale, paga regolarmente le tasse e… aiuta le vecchiette gettando per loro l'immondizia. L'altra vita lei la passa al computer, è una celebrità tra gli hacker con il soprannome di Neo, e di fatto ha commesso ogni crimine informatico concepibile e attualmente perseguito. Una di queste vite ha un futuro, l'altra invece no".

Certo, è un caso estremo, e di totale fantasia. Ma è sufficentemente semplice da capire, per chi sa astrarre.
Vuoi cambiare ruolo? Essere libero di scegliere, di pensare, parlare, esistere come vuoi? L'istituzione ti perseguiterà.
Questo si è inevitabile. E' il prezzo da pagare. C'è chi decide di pagarlo, e chi di fronte a questo conto salato se la mette via, sta zitto e si adatta, scegliendo la pillola blu. Se poi sei da solo, il prezzo è davvero altissimo.
Se non sei più solo però… il peso lo puoi dividere. E quanti più si è a scegliere una nuova realtà, tanto più questa esiste. Nasce così un nuovo universo simbolico, per sua stessa definzione opposto a un altro. Come il mondo cattolico versus quello musulmano, come i berlusconiani versus i comunisti.

In questo anno che comincia, voglio augurare a tutti gli attori di non aver paura. Il mondo non è banale, non è una routine immodificabile e prestabilita, possiamo scegliere chi essere e come essere in ogni momento. Sta al costruttore e a Matrix stessa avere l'acume di accettare questa libertà, sta a loro uscire dal bigottismo e considerare che tutti hanno il diritto di esistere.
"Quello che succederà dopo, dipenderà da voi, e da loro."

Buon anno.